1710 - The Winery

Le radici della vite in questo territorio affondano nell'antichità più remota. Strabone, nel I secolo a.C., ci tramanda dei popoli Enotri stanziati nell’entroterra della basilicata, un popolo la cui stessa identità era intrecciata alla viticoltura. Enotria, deriva dal greco oinotros: il paletto usato per sostenere le viti. Aristotele aggiunge che fu Italo, re degli Enotri, a trasformare questo popolo nomade in una civiltà agricola stanziale - eco lontana, forse, del nome stesso della penisola.

Olla, San Nicola dei Greci - Museo Archeologico Nazionale
Domenico Ridola, Matera

Una tradizione millenaria che a Matera ha lasciato tracce concrete e misurabili: nella metà dell'Ottocento si contavano più di 450 cantine scavate interamente a mano nella calcarenite, le più grandi nel Sasso Barisano dove sorge FOVEA, le più numerose nel quartiere del Casalnuovo.

A definire con lessico tecnico e valutare questo patrimonio sotterraneo erano i mastri zuccatori, i lavoratori del sottosuolo, incaricati di un vero e proprio censimento delle cantine. Ogni apprezzo, ovvero la stima del valore, si basava sulle dimensioni degli ambienti, sulla qualità del cocciopesto e sulla presenza di cisterne e palmenti.

Mentre leggete siete nel primo livello, l'area più ampia: la nave, cuore produttivo della cantina datata 1710.



Nella nave, tra ciò che il tempo ha eroso, sopravvive un testimone: la madrevite, la femmina del torchio con la sua anima di rovere. In questo elemento ligneo risiedeva tutta la forza meccanica impressa sul mosto, pigiato a piedi nudi nei palmenti prima di essere trasformato in vino.

A vegliare sull'intero processo, un mascherone apotropaico: dal greco antico ἀποτρόπαιος, apotropaios, da apotrépein, allontanare - “colui che allontana”.

Una maschera con la linguaccia rivolta alla malasorte, custode di uno spazio che non era solo produttivo, ma profondamente rituale.

Credenze antiche che affiorano ancora oggi, intatte, nella storia misteriosa di questi luoghi.

Immagini tratte da “Appunti di Matera Sotterranea”, Edizioni Magister. Disegni a mano
di Enzo Viti e Teresa Lupo

Di fronte a voi, le tre bocche dei palmenti dove l'uva veniva pigiata a piedi nudi in un rituale antico quanto la terra stessa: osserverete al loro interno la tonaca, il rivestimento in cocciopesto giunto intatto fino ai nostri giorni.



Alle vostre spalle, la tromba: la scalinata che conduce verso il basso ai sotterri o sterri, gli ambienti più profondi, scelti per la loro isotermia naturale, dove il vino riposava e maturava lentamente nelle grandi botti, al riparo dal tempo e dalla luce.

Quella che state attraversando è tra le più imponenti cantine del Sasso Barisano. A testimoniarlo, i segni che la roccia ha custodito intatti fino ai nostri giorni.


Tre palmenti rifiniti da uno splendido cocciopesto, conservatosi in stato straordinario attraverso i secoli. In corrispondenza di ciascuno, i gettatoi dell'uva: aperture direttamente collegate al cortile in superficie, che rendevano la vendemmia fluida e agevole, rivelando una sapienza organizzativa tutt'altro che improvvisata.

A completare il quadro, un sistema idrico di eloquente imponenza: incontrerete nei meandri di FOVEA tre grandi cisterne scavate nella roccia. Le due più antiche, dalla caratteristica forma a goccia, potevano contenere ciascuna circa 75.000 litri d'acqua. La terza, a base quadrata, simile a un piccolo palombaro, raggiungeva i 90.000 litri. Un patrimonio idrico complessivo di 240.000 litri, silenziosamente custodito nei sotterranei di FOVEA insieme a cave, neviere e foggiali.


Oggi la nave, dal suo nome evocativo, è pronta a levare l'ancora per raggiungere i suoi ospiti in una dimensione immaginifica: lo scenario di FOVEA, un luogo dove l'arte riempie le antiche vasche e la musica sgorga dalle bocche dei palmenti. 

Portate con voi questo frammento di storia.
Il prossimo vi aspetta!